Operazione Mal Occhio

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PICTOGRAMMI

OPERAZIONE MORDECAI

arrivoby gipictus Pro @ 2010-02-19 – 15:13:23

Un mese fa sono uscito dal castello. Avevo sottobraccio gli incartamenti con i quali ho superato gli uffici della registrazione, della messa in lista, della consegna degli esami, della sottoposizione degli stessi, dell’approvazione temporanea, delle registrazioni, degli ampliamenti e ridefinizione, della partenza…forse. Il palazzo si stagliava alto e grigio all’angolo dell’autarchico ufficio postale con i suoi grifoni all’ingresso di graniglia e la via principale a due corsie attraversata a profonde strisce nere. Mi strinsi nel mio impermeabile mentre una folata di pioggia mi colpi’ il viso. Ne ero uscito, indenne, direi. Il tempo e’ maestro. Gli uomini no.

inizio

L’ambulanza mi venne a prendere all’alba. Lampeggiante nella notte, gettando luci fosforescenti rossastre contro le pareti della mia stanza creando ombre oblique che si dileguavano a intermittenza come cocktail velenosi rovesciati. Arrivato all’ingresso vengo accolto nel biancore, la temperatura si alza, cosi’ anche i sorrisi di falsa rassicurazione. Subito l’ago di una siringa lattiginosa mi viola il braccio, il sangue mi sembra piu’ scuro del solito, non posso fare a meno di pensare ad una strana discordanza emofiliaca. Del primario noto vari dettagli: una camicia carta da zucchero in doppio filo ritorto, la sua cravatta azzurra con gli orsetti, molto piccoli come quelli di glucosio e un orologio bellissimo il cui vetro perfetto sovrasta la parte metallica. Deve valere molto. Pantaloni il suo nome, ma io lo prendo per Pantaleo facendone il mio daimon.

silenzio

Di nuovo vengo esaminato. La ragazza della radiologia mi alza le braccia contro la lastra d’impatto e sento le sue mani fredde sui miei fianchi e il suo odore di capelli appena lavati. Sorride e ha delle sopracciglia bellissime. Il macchinario mi stira e vengono fotografate le mie interiora. Le ombre sui polmoni, la consistenza del fegato, la composizione della milza. Osservo il personale nel corridoio asettico: una dottoressa sessantenne che ha un fisico da cinquantenne con i capelli color azzurro come se fosse uscita da Avatar, sorridente, allegra, leggera. Un infermiere piccolo, i peli gli spuntano dalla maglietta, mezzo calvo, silenzioso, come preso da qualcosa che viene da fuori, ma non ha niente a che fare con il suo lavoro. Un uomo vestito da uomo, giacca e pantaloni blu scuro scuro perfetti, scarpe cucite a mano impeccabili, forse un amico, un rappresentante, un qualcuno che fa parte del giro, ma di striscio.

soluzione

Mi osservano, mi studiano, mi parlano, mi interrogano. Anch’io li interrogo. Qualcuno si stupisce. Io no e chi poi mi operera’ nemmeno. Ha una camicia sgualcita, una vecchia maglietta logora sotto, una viso paonazzo, e’ molto alto, tossisce ogni tanto, ma capisco che non e’ tosse da fumo. E’ giovane eppure non ha un aspetto ottimale. Mi chiede di dove sono, gli rispondo e mi racconta che ha passato tre anni a Helsinki. Mi dice come e cosa vuole fare, cosa del mio racconto lo ha convinto, cosa potrebbe essere diverso e cosa invece non ha importanza. I suoi occhi sono dolci ed e’ competente. Anche lui mi stringe la mano, ma non tanto per fare, ma come uno che saluta qualcuno con il quale avra’ un seguito.

forbici

Ogni sala chirurgica, detta semplicemente ‘sala’ ha il vago aspetto di un mattatoio, cartoni di soluzioni fisiologiche, bisturi a migliaia, lacci emostatici, ampolle. Un grande laboratorio di acciaio con il tipico tessuto verde scuro qui e la’. L’anestesista ha una maglietta gialla con scritto ‘work in progress’ e vengo infilzato da quattro aghi contemporaneamente che mi fanno fare una danza alla gamba per verificare i collegamenti dei nervi. Lentamente si addormenta, troppo lentamente. Altre punture. La branda e’ troppo corta e io con solo la maglietta e le brache di cotone ho freddo. E’ una questione di batteri che nelle sale operatorie faccia sempre freddo? Mentre guardo il soffitto metallico e la grande lampada del diametro di un piccolo ufo mi incidono. Sono convinto di vedere scorrere il sangue da qualche parte ma non avviene. La pressione si abbassa, non sento nessun odore, solo le loro voci calme.

 

Portarsi in giro una gamba che non risponde ai comandi e’ singolare. Io dico ‘muovetevi’, ma le dita dei piedi non si muovono. Mi riportano nel calore della cameretta, la televisione non funziona, ho gia’ finito due libri, mi attende un tomo di seicentosessanta pagine che finirò due giorni dopo.

Il sole e’ sparito, su Pisa cala un vento forte e poco dopo si abbatte una pioggia leggera, che lava i pini marittimi nel giardino davanti all’edificio. Grandi chiome verdi che danzano un saltarello.

out

Mi sento frastornato, fragile, e dipendente. Sta di fatto: operazione Mordecai conclusa.

inf

via PICTOGRAMMI.

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